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Nanoplastiche e stress termico: un danno invisibile

Nanoplastiche e stress termico: un danno invisibile
Photo by ManuelVilleDesign – Pixabay
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Le alte temperature intensificano l’assorbimento di frammenti di plastica nelle piante, potenzialmente contaminando l’intera catena alimentare terrestre.

Nanoplastiche e stress termico: un danno invisibile
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L’aumento delle temperature globali potrebbe alterare in modo significativo l’impatto delle nanoplastiche sull’ambiente. Uno studio rivoluzionario dell’Università di Pisa, diffuso sulla rivista Plant Physiology and Biochemistry, illumina gli effetti preoccupanti dei cambiamenti climatici sull’assorbimento delle nanoplastiche da parte delle piante.

Il cuore dell’indagine, condotta dai team di botanica della professoressa Monica Ruffini Castiglione e di fisiologia vegetale della dottoressa Carmelina Spanò, spalleggiati dalle collaboratrici Stefania Bottega e Debora Fontanini, ha evidenziato il ruolo delle alte temperature in questo scenario inquinante.

La scelta della pianta modello

Nel laboratorio pisano, la ricerca si è focalizzata sull’Azolla filiculoides Lam, una minuscola felce acquatica dotata di radici sottili e fluttuanti. Questo vegetale, immerso in acque contaminate, ha mostrato un notevole assorbimento di nanoplastiche, piccoli frammenti di polistirene. Questa plastica è comunemente utilizzata nella produzione di articoli monouso come posate e piatti, imballaggi e persino materiali per il vivaismo.

Misurando la diffusione delle nanoplastiche in questa pianta modello, l’equipe ha utilizzato polistirene fluorescente per mapparne il percorso. Questa scelta ha permesso di osservare con precisione come queste minuscole particelle si infiltrano e si distribuiscono tra i vari tessuti della pianta. Ma quale è stato il fattore scatenante per un tale assorbimento incrementato?

Effetti delle alte temperature

La risposta, sorprendente e preoccupante, risiede nelle temperature elevate. I dati hanno rivelato che a 35°C, l’assorbimento di nanoplastiche nelle piante cresce notevolmente rispetto a quanto osservato a 25°C, la temperatura considerata ideale. Questo aumento risulta essere deleterio per la pianta, causando stress ossidativo, deterioramento della fotosintesi e aumento della tossicità.

Osservazioni sotto condizioni di forte calore hanno ulteriormente illuminato il passaggio delle nanoplastiche all’interno delle strutture vegetali, mettendo in luce quanto le elevate temperature possano esacerbare i danni causati da questi contaminanti. Ma cosa significa questo a livello più ampio?

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Photo by nicocavallini72 – Pixabay

Implicazioni per la catena alimentare

Le accresciute preoccupazioni emergono pensando alle piante di rilevanza agricola. Le parole delle ricercatrici Monica Ruffini Castiglione e Carmelina Spanò risuonano con preoccupazione: “Il maggior assorbimento di nanoplastiche in condizioni di alte temperature da parte delle piante solleva preoccupazioni riguardo al possibile impatto sulle colture di interesse agronomico, con implicazioni potenzialmente rilevanti per l’ingresso di queste sostanze nella catena alimentare.”

L’impatto delle nanoplastiche che si infiltrano nella catena alimentare attraverso le piante è un problema non solo ambientale, ma anche sanitario. L’incremento delle temperature globali potrebbe quindi avere un ruolo di amplificatore dei rischi legati a questo tipo di inquinamento. Comprendere l’estensione e la gravità di tale fenomeno resta una sfida cruciale per la scienza e la società.

La ricerca pisana si posiziona come un campanello d’allarme sulla necessità di un’azione congiunta, che coinvolga scienziati, agricoltori e legislatori, per affrontare il duplice problema del cambiamento climatico e delle nanoplastiche. Solo con strategie globali e integrative si potrà sperare di mitigare l’impatto di questi micidiali detriti nel nostro ecosistema.